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ÉTOILE

di Stefano Vercelli e Rita Frongia

Venerdì 31 Marzo 2023 – Ore 20,30

ÉTOILE

Di Stefano Vercelli e Rita Frongia

Con Stefano Vercelli
creazione Vercelli / Frongia
drammaturgia Rita Frongia
disegno luci Luca Serrani
assistenza tecnica Daniele Ferri
produzione Artisti Drama
con la collaborazione di Fondazione Armunia

Durata 25 min.

Étoile, uno spettacolo nato dalla collaborazione tra Rita Frongia, drammaturga e non coreografa, e Stefano Vercelli, attore ma non danzatore. Un incontro che è stato in grado di generare danza e coreografia. I principi che ispirano ciò che avviene nello spazio scenico sono universali, esigenti come un’antica divinità ma generici nella loro quasi inavvicinabile semplicità: padronanza delle tecniche del corpo, sapienza poetica, capacità di far parlare ogni elemento al di là delle parole, sottrazione del sé, ascolto totale, abbandono nel controllo, magica abilità di far apparir semplice ciò che non lo è.

Difficile è descrivere con parole l’atto scenico nel suo superbo apparire, laddove trascende il dire, il raccontare, dove è manifestazione e non rappresentazione. Étoile è un piccolo capolavoro da tramandare e far studiare alle giovani generazioni perché matrimonio perfetto tra una drammaturga capace di abbandonar le parole e agire sui gesti e gli oggetti, chiedendosi sempre se ogni apparizione sia o meno necessaria, e uno straordinario attore abile nel mettere in campo la sua storia e il suo sapere tecnico e farlo cantare.

Nell’immaginare questo personaggio, come Dioniso al di là dei sessi e dei generi, questa Étoile decaduta ma pur sempre stella pronta a farsi supernova, abbagliando i cieli per un ultimo volo che è caduta, fine e vertice di un percorso, Rita Frongia e Stefano Vercelli hanno usato il cesello, scolpendo ogni segno eliminando ogni grammo di superfluo. Così una tazzina, una vestaglietta, un tutù, un foglio di carta, dei teli possono parlare e commuovere, così il corpo può danzare, e corpo e oggetti compongono una partitura che è coreografia.

Il corpo attorico di Stefano Vercelli ha distillato e riversato sulla scena la sua storia fattasi memoria corporea, e così quell’étoile danzante, dall’apice declinante ci fa apparire mondi e meraviglie pur nell’atmosfera melanconica e saturnina che invoglia al riso e al pianto.
Étoile nel suo essere povero e splendido, semplice e complesso, è anche atto politico oltreché poetico. Politico nel senso più alto, nell’opporsi alla mercificazione dell’umano, nel non farsi mai discorso rimanendo canto, nell’essere semplice contro la semplificazione. Rita Frongia e Stefano Vercelli regalano un piccolo miracolo in questi tempi crepuscolari, un momento di altissimo teatro, un istante sempre più raro e per questo sempre più prezioso in cui è possibile intravedere dietro quel vecchio in tutù, la danza di Shiva, il distruttore e costruttore di mondi.

Talvolta ci si confonde.
Penso di addormentarmi su una stella e mi risveglio in una stalla.
È realmente successo, il successo?
Ci si confonde.
Dove mi metto? Dove sto?
Non è mica uguale se sto qua o se sto là.
Se metto un piede qui, sono dentro o sono fuori?
Vediamo se piove.
Un piede lì.
Piove.
Una mano là.
Piove anche qua.
Piove fuori, piove dentro ma non saprei dire qual è il dentro e qual è il fuori.
Non distinguo tra en dehors e en dedans.
Sono un’étoile cadente? Lo spettacolo senza eguali di una stella che muore?
Così – allegramente – meco ragiono e dico fra me pensando:
se cado non sono una stella, tutt’al più una fiammata, un detrito di passaggio.
A rimirar le stelle ci si confonde, così meco ragiono:
di tutto questo girar senza posa, cosa rimane?
A che tante facelle? Che fa l’aria? Finisce? È finita?
Rimane solo che piove?

Biglietto 10€
Acquisto on line: www.ciaotickets.com

Con lo stesso biglietto, la performance ÉTOILE, sarà seguita dalla proiezione del film

PINA

Regia di Wim Wenders
Con Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante, Rainer Behr.
Genere Documentario, Germania, 2011.

Durata 100 minuti.

Film candidato al Premio Oscar, un lavoro che Wim Wenders ha dedicato all’acclamata coreografa, ballerina ma soprattutto sua grande amica Pina Bausch.

Il film uscito nel 2011, pur mostrando in forma documentaristica il lavoro della coreografa scorrendone le opere più importanti, racconta dettagli, testimonianze e aneddoti ma soprattutto costituisce l’esempio di un prodotto cinematografico capace di riunire e far incontrare più sguardi, non necessariamente conoscitori della danza, ma che sicuramente riusciranno a comprendere l’enorme l’impatto visivo-espressivo del gesto quotidiano che diventa danza.

Un incontro naturale e proficuo tra il cinema di lui e il lavoro di lei: dalla genesi del Tanztheater negli anni Settanta, dentro un momento di forte messa in discussione della cultura precedente, di reinvenzione necessaria e di assoluta libertà creativa; e l’ispirazione neorealista ma profondamente psicologica, per cui i gesti nascevano dal contributo personale dei ballerini, interrogati sul loro vissuto e chiamati a scrivere una lingua nuova con il corpo, la parola, l’abito “civile” anziché il costume di scena, la nudità. E poi, ancora, il viaggio goethiano alla scoperta dei luoghi del mondo e la fortissima connotazione pittorica degli allestimenti creati da Pina Bausch: di tutti, l’incontro probabilmente più ravvicinato con la ricerca di Wenders.

In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova ed esprime dunque la materia che sa impastare, l’emozione e l’energia. Portando i componenti dell’ensemble di Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.

Completano il film le interviste alle persone che hanno ballato con Pina, uomini e donne, nuove leve e suoi coetanei, provenienti da tutto il mondo. Wenders li riprende in silenzio e associa la voce in over, come a voler estrapolare i loro pensieri, in un movimento circolare che rincorre la loro sete di carpire ciò che la maestra, tanto amata e temuta, pensava di loro o sentiva danzando, dietro un silenzio che difficilmente interrompeva, se non per ammonire: “continuate a cercare”. Lei, che un suo stretto collaboratore ricorda con l’immagine della sua casa, come un grande attico pieno di cose, si nutriva dei gesti e delle anime dei suoi danzatori, restituendo loro un’immagine di rara forza, che cozzava col suo corpo scheletrico e il volto esangue.